Regalo

La panchina

Il signor Calligaris aspettava tutti i giorni il figlio Luigi. Il ragazzo era affetto da una rara sindrome, di quelle che colpiscono una persona su diecimila. Luigi aveva manifestato i suoi primi sintomi da bambino, verso i due anni. Prima di quella data, 27 marzo 1978, il giorno della diagnosi, il piccolo aveva mostrato strani segnali fisici ma che erano sfuggiti a genitori e nonni. Le labbra molto pronunciate, una certa lentezza nel parlare e il colore degli occhi a dir poco insolito: un giallino che nessuno aveva mai riscontrato in famiglia. Eppure era dovuta arrivare un scossa molto forte per far sì che realizzassero. Luigi aveva avuto una crisi cardiaca, affrontando così il primo intervento chirurgico della sua vita, primo di una lunga serie. Dopo quella prima grande cicatrice sul petto, cominciarono i controlli medici più serrati. Fu visitato da tutti i luminari nei diversi rami della medicina: neurologi, fisiatri, psichiatri. Eppure la signora Carla, non pareva rendersi conto di nulla. Si presentava alle visite con il piglio di una mamma “qualunque”, sicura che al proprio bambino nulla di davvero brutto potesse mai capitare. Esami del sangue, delle urine, consulti con centri specializzati in tutto il Paese: alla fine, la sentenza. – Cosa vuol dire, dottore? – Che il bambino svilupperà un ritardo. Beh, per la signora Carla sul momento non sembrò affatto un problema. Un ritardo? Temeva di peggio, molto di peggio. Non sapeva nemmeno cosa si intendesse ma non suonava così tragico. Un ritardo, come un treno in ritardo: l’importante è arrivare. Da quel giorno persero per sempre la cognizione del tempo. Tutto si dilatò. Luigi, come se avesse assorbito diligentemente tutto il peso della diagnosi, vi si attenne con scrupolosa puntualità. Ebbe ben presto problemi digestivi, altre ricadute nell’apparato cardiocircolatorio, cominciò a camminare male, storto e non accennava a parlare. Facevano eccezione le poche paroline che aveva imparato poco dopo lo svezzamento: mamma, pappa, cacca. E papà? Il signor Calligaris ci teneva che dicesse anche papà, dopotutto era figlio anche suo. E così prese a portarselo in giro a passeggiare, a quel suo ritmo dondolante, i sabati mattina di sole e cielo azzurro, estate e inverno. Fino a che non fu tempo di andare a scuola. Si creò, negli anni, una squadra di professionisti impegnati nella gestione di Luigi e il suo ingresso nel mondo, prima della scuola e poi del resto. Dopo le medie, prese a frequentare un centro dove si intratteneva in diverse attività. La sua preferita era creare candele con la cera: aveva un talento speciale ed era riuscito a venderne qualcuna in un mercatino di Natale. Adesso Luigi parlava: non che tenesse chissà quali discorsi, le frasi erano semplici, esprimendo concetti rudimentali. Al centro in ogni caso si trovava bene. Si accorse in quel periodo quanto gli piacesse guardare le ragazze e diventare loro amico. Si innamorava di tutte quante e tutte riuscivano a spezzargli il cuore in modi sempre diversi. Molto raramente arrivava a dichiararsi, il sentimento prendeva vita solo nel suo cuore e in un gesto che faceva di nascosto da tutti: scriveva il nome dell’innamorata su foglietti, diari, agende, riviste. Riempiva intere pagine con il nome. Laura, Mara, Federica: ne aveva un archivio infinito. Gli educatori, quando infine scoprirono il suo rituale, si preoccuparono e ne parlarono con i genitori.C’è di peggio” pensò tra sé e sé il signor Calligaris, seduto sulla sua panchina. Una panchina che aveva creato con le sue stesse mani un pomeriggio mentre aspettava Luigi di rientro dal centro. Lo aspettava ogni giorno sempre alla stessa ora: le 16.15. Un pulmino bianco lo riportava indietro spaccando il minuto. Luigi era sempre stravolto e sbrindellato e il papà lo accompagnava su a casa tenendolo sotto braccio. Costruì con le sue mani la panchina perché era una di quelle persone che cronicamente arrivano in anticipo. Si presentava al parcheggio del pulmino sempre un quarto d’ora prima, alle 16, e si annoiava a stare in piedi a ciondolare. Notò un palo troncato ed ebbe l’intuizione. Trovò in cantina, neanche a farlo apposta, un’asse di legno grande il giusto per il suo sedere, provò più volte la misura e andava a pennello. Saldò quindi questo asse sul moncone di palo che spuntava sotto al suo pino preferito, neanche a farlo apposta, ed ecco fatto, la panchina. Da quel momento, la sua vita migliorò. Si poteva portare un giornale o un libro e la cosa lo arricchiva, lo faceva sentire pieno e nuovo. Come quando era giovane e aspettava Carla sotto casa. Ci metteva delle ore a prepararsi ma a lui non dispiaceva aspettare, purché potesse farlo da seduto, con un libro da leggere o qualcosa da sfogliare.

Il mio amore per la scrittura è nato molto presto. Quello nella foto è un mio temino di seconda elementare in cui dichiaravo con solennità che da grande volevo fare la scrittrice.

A ben pensarci, ho mantenuto la promessa fatta a me stessa da bambina perché il mio lavoro oggi consiste per la maggior parte nello scrivere testi.

In questa pagina potrete trovare allora di tanto in tanto un regalo per voi: racconti, favole, fiabe per bambini, storie che possano tenervi compagnia.